NOTE   BIOGRAFICHE

di Lionello Puppi

 

   Galeazzo Viganò è nato a Padova nel 1937. “ (...)  La data ufficiale d’avvio della sua attività di pittore è precisabile intorno agli anni 1957/’58 e la prima sanzione è costituita dalla presenza in una collettiva ospitata dalla Galleria Babbuinetta a Roma. In realtà, per Viganò, la scelta lucida del mestiere è compiuta di lontano, al punto da qualificarsi come autentica vocazione; le sue origini sono facilmente riconoscibili sin dai giochi dell’infanzia, in un àmbito domestico propizio. L’incontro, poi, nell’estate del ’55 con Giuseppe Becchi e la partecipazione al cenacolo alassino animato da Carlo Levi, costituiscono l’episodio risolutore: la frequentazione, gli scambi vicendevoli, l’appassionato discorrere con Carlo Cattaneo, Felice Andreasi, Giovanni Gromo e con lo scrittore Guido Ceronetti, giovano a costruire la scelta in termini irreversibili, come dedizione e disciplina costruita dalla quotidiana fatica.  E non sarà ozioso constatar qui che Viganò è artista di curiosità intellettuali insaziabili e di coltivatissima, financo sofisticata, informazione.

   Del 1961 è una seconda sortita pubblica, sempre nell’àmbito di una esposizione collettiva, presso la Bevilacqua La Masa di Venezia; altre seguiranno, dopo un intervallo di raccoglimento, dal 1965 in avanti, ad Alassio, a Padova, a Rovigo, a Salsomaggiore, a Milano. La critica percepisce, frattanto, la voce inconsueta di Viganò. La prima personale, introdotta da Giovanni Gromo - sodale del gruppo alassino, ma dopo la diaspora con gli altri, amico continuamente vicino - ha luogo nel maggio 1968 alla Galleria Pro Padova di Padova: le opere presentate: dipinti (I Paesaggi dei Colli Euganei o le pitture non rutilanti; Le Nature Morte con gli Oggetti Domestici) e disegni (Figure Umane a Penna con Bistro) rivelano una personalità singolare ed originale di manipolatore di immagini. E l’impegno si fa accanito ed esclusivo. L’incontro con il pubblico conosce, ormai, scadenze annuali: sono da rammentare, almeno, un’antologica dell’attività tra il ’60 e il ’69 alla Galleria Ippocampo di Bologna nel 1969, un ritorno alla Pro Padova nel 1970 e poi interventi, con nuove cose, alla Ghelfi di Verona nel 1972 con in catalogo un illuminante saggio di Sergio Bettini.  (...)”. Nel 1973 esce la cartella di acqueforti Palladio col tempo (Corbo e Fiore Ed. - Venezia), accompagnata da un lucido saggio di Lionello Puppi che nello stesso anno stende un approfondito testo critico come presentazione in catalogo della mostra tenuta al Traghetto 1 di Venezia. Sempre nel ’73 Viganò esegue un affresco nella villa di M. Della Mea a Vigonza: il Davide e Golia (dim. cm 190 x 120). Nel 1974 tiene una personale di Grafica alla Galleria Stevens di Padova e vince il primo premio (ex aequo) al Premio Pettenon di S.Martino di Lupari. Nel ’75 partecipa all’Incontro Internazionale della Grafica di Palazzo Strozzi a Firenze; alla Collettiva degli Incisori Veneti al Quadragono Arte di Conegliano e al Premio 1° Maggio di Bettona. Nel 1977 tiene due personali: alla Galleria Selearte 1 di Padova dove viene presentata la cartella di incisioni ad acquaforte-acquatinta-bulino Cinque Carte Padovane (Corbo e Fiore Ed. - Venezia) contenente un nuovo, straordinariamente intuitivo saggio di Sergio Bettini. Nello stesso anno espone alla Galleria Centrarte Falanto di Brindisi, presentato in catalogo da Alessandro Bevilacqua  e cui fa seguito un saggio critico di Maria Pia Pettinau Vescina; partecipa con una acquaforte alla cartella Italia-Spagna edita per conto della C.G.I.L. dalla Corbo e Fiore Ed. Vengono poi incluse due sue opere in una Mostra Itinerante, promossa dalla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che verrà aperta presso le Sedi Centrali degli Istituti Bancari di Vienna, Praga e Parigi; partecipa alla Rassegna Internazionale d’Arte Sacra presso la Scuola di S. Rocco in Padova (dove viene premiato) e viene invitato alla Biennale Triveneta delle Arti a Villa Contarini-Simes di Piazzola sul Brenta; quindi alla Mostra degli Incisori Veneti a Palazzo Roncale di Rovigo. Le riflessioni sulla grande mostra Venezia e Bisanzio, ordinata a Palazzo Ducale dal Comune di Venezia nel 1975, la frequentazione fattasi più intensa con S. Bettini negli anni ‘76/’78 ed i frequenti viaggi via mare al Levante (soprattutto in Grecia e a Costantinopoli), il conseguente incontro approfondito, con la cultura figurativa bizantina costituiscono i cardini su cui si impernierà la maturazione della sua pittura negli anni a seguire.

Lunghi periodi di studio, di sperimentazioni in laboratorio nell’intento di accrescere il precedente patrimonio tecnico ormai divenuto insufficiente per affrontare contenuti nuovi e un diverso atteggiamento nei riguardi del modo di informare la realtà, tutto questo sarà motivo di un certo allontanamento o separazione da quelli che avrebbero potuto essere i luoghi convenzionali di promozione e di diffusione del suo lavoro, come circoli, convegni, frequentazioni, gallerie ecc. La sua produzione verrà quasi interamente assorbita dalla Galleria S. Giorgio di Mestre a cui sarà affidato anche un compito organizzativo. Ma questa produzione, già quantitativamente non sufficiente per un qualsiasi razionale progetto commerciale e di divulgazione, si contrarrà ulteriormente a misura del maggior impegno intrinseco al metodo di ricerca e alla maniera in via di difficile trasformazione.

                                                                              l.p.

 

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 Nel ’78 l’unico metodo che Viganò individua per avere qualche contatto con un pubblico relativamente ampio sarà di continuare, a  fianco a quello primario della pittura, il lavoro dell’incisione: quest’ultimo gli consente una migliore opportunità di presenza in esposizioni anche all’estero. Partecipa ad una grande mostra di incisioni - Gravures italiennes a Luxembourg - organizzata dall’UNESCO (che si ripeterà nel 1980 con nuove opere). Nel frattempo (1979) si apparta, per un periodo di lavoro di oltre tre mesi, a Venezia dove porta a compimento alcune incisioni e sette dipinti che, assieme ai disegni preparatòri, costituiranno il materiale sufficiente per una personale che si terrà nello stesso anno alla Galleria Studio d’Arte Melotti di Ferrara con una acuta presentazione in catalogo di Francesco Loperfido. E’ in alcune di queste opere che appare, in modo non più casuale, il mare: elemento che diverrà sempre più frequente nella sua pittura assumendo poi significati simbolici determinanti. Sempre nel ’79 partecipa alla 3.a Biennale dell’incisione italiana alla Moderna Galerija di Lubiana, ad una collettiva di Grafica la Tiroler Kunstpavillon di Innsbruk, e ad altre collettive organizzate dall’A.I.V. al Museo Pushkin a Mosca, alla Galleria d’Arte Moderna di Alma Ata, al Museo Hermitage di Leningrado. Durante la permanenza a Venezia del ‘79 incontra, conosce e frequenta Vittorio Sgarbi che l’anno dopo, nel 1980, lo presenterà con un suo lucido testo critico nel catalogo di una personale alla Galleria Il Sigillo di Padova. Dopo queste due ultime personali inizia un altro periodo di lavoro privato, di rigorosa applicazione a problemi tecnici e di studio intorno a sempre nuovi argomenti con particolare attenzione ad una revisione del precedente concetto di spazio: inizia con tali premesse il lavoro preliminare per il Baccanale, dipinto su tela (dim. cm 80 x 70) su commissione di Maffeo Nichetti, ora in una collezione privata. Quest’opera, durante il suo lungo periodo d’esecuzione (‘80/’82), sarà forse il primo luogo dove verrà applicato il concetto di prospettiva multipla.  Si intensificano intanto i viaggi per mare. In Iugoslavia raccoglie, in vari taccuini e fogli sciolti, il materiale preparatorio per la prima di tre cartelle di lito-serigrafie costitutive di un ciclo intitolato Venezia Bisanzio il Mare l’Oro. Inizia così un singolare rapporto mentale con gli elementi mare e oro: gradualmente questi due fattori ridurranno la loro importanza nell’àmbito dell’oggettività sensibile e il loro convenzionale ruolo di appartenenza visuale al mondo dei fenomeni, per assumere sempre più un significato simbolico in una ricorrenza metodica. Negli anni ’81 e ’82 non esporrà in nessuna personale. La sua partecipazione a qualche collettiva è quasi casuale. Del 1983 è una grande retrospettiva alla Sala Veneziana del Castello di S. Zeno a Montagnana presentata da Pier Luigi Fantelli: anche questa manifestazione, pur ricca di opere e allestita con una certa cura ma situata in una stagione (luglio) poco propizia, non avrà sviluppi, nemmeno sul piano della popolarità provinciale. Sempre nell’estate del 1983 inizia una pittura murale a fresco, in tre pannelli, a Cibiana di Cadore che ultimerà molto tempo dopo, nell’estate del ’91. Il 1983 vedrà inoltre la sua partecipazione ad una collettiva itinerante di grafica organizzata dalla Quadriennale d’Arte di Roma a Montreal, Ottawa, Toronto e Vancouver. I due anni seguenti al 1983 saranno caratterizzati da un lavoro intenso di organizzazione dello Studio sempre più fornito di materiali e strumenti, spesso rari: pigmenti e resine a volte recuperati durante i consueti viaggi estivi al Levante; il suo luogo di lavoro diviene, mano a mano, un laboratorio complicato dall’istituzione di apparati tecnologici particolari e da accumuli disparati, ma ben ordinati, non solo di arnesi preziosi ma anche di sostanze reperite a volte con difficoltà ma adeguate alle esigenze di una pittura, quanto meno, singolare. I bozzetti a tempera grassa su tavola per le cartelle di multipli sul tema del viaggio verso Bisanzio sono concepiti per essere in seguito elaborati al punto di diventare dei dipinti autonomi. Ciò comporta che il lavoro sul doppio binario della pittura e dell’incisione generi opere di notevole compattezza stilistica e di metodo. Nelle intenzioni, l’impegno in questo programma avrebbe sortito una crescita della produzione; ma in realtà l’addensarsi di nuovi spunti emergenti dal lavoro stesso e le difficoltà nel realizzare testi pittorici di forte finitezza e di continua, puntigliosa attenzione all’aspetto formale, rallentano il flusso delle opere in ordine alle convenzionali esigenze di galleristi e mercanti. Tuttavia nel 1984 i bozzetti già utilizzati per le lito-serigrafie sulla Dalmazia vengono perfezionati al grado di dipinti e, insieme ad altri lavori, costituiscono il corpus di una mostra ordinata dal Comune di Venezia presso la Scoletta dei Battioro sotto il titolo Dallo Spazio all’Immagine: Paolo Rizzi  ne curerà l’allestimento e la presentazione. Pochi mesi dopo, tra dicembre e gennaio ‘84/’85 anche l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, per iniziativa e consiglio del critico G. Segato, lo invita ad una collettiva ristretta a quattro artisti intitolata Il Racconto Simbolico allestita presso la Civica Galleria di piazza Cavour. Finalmente, nel 1985, vede la luce, corredata da un ottimo saggio di Vittorio Sgarbi e dal medesimo presentata a Villa Foscari-Widmann di Mira, la prima cartella di sei  multipli : Venezia Istria e Dalmazia del ciclo Venezia Bisanzio il Mare l’Oro commissionata ed è dita dalla Corbo e Fiore Ed. - Venezia. Nella stessa occasione pronunceranno due brillanti interventi orali  Glauco Pellegrini e  Giorgio Segato. In un’altra sala della Villa era stata allestita una mostra di dipinti e disegni sul medesimo tema della cartella. La tecnica con cui sono realizzate le sei tavole è inedita anche se si avvale di princìpi già noti e sperimentati. Si tratta di ottenere la massima qualità materica e cromatica (vengono impiegati, in fase di stampa, fino a diciotto colori) combinata con la massima definizione possibile: si è dovuto mettere a segno le possibilità offerte dall’incastro  di serigrafia e litografia impiegando, per quest’ultima, degli zinchi speciali, di difficile reperimento e molto costosi. Viganò partecipa in quell’anno, con un’acquaforte-acquatinta sul XII° canto dell’Inferno, ad una grande collettiva presso il Braccio di Carlo Magno in Vaticano insieme a tutti gli artisti che avevano collaborato ad una importante edizione della Divina Commedia, promossa dalla Casa di Dante. Nei primi mesi del 1986 conclude e pone in opera una serie di sette grandi tavole che costituiscono la decorazione della parete nord  della Sala  Assembleare del Consorzio dei Comuni della Provincia di Trento. Partecipa alla Prima Biennale Triveneta di Pittura Città di Arzignano dove gli viene assegnato il Premio Giuriolo. Tiene una personale alla Galleria Il Tempietto di Brindisi. E’ l’anno in cui concepisce il primo dipinto su fondo oro con quattro pietre preziose incastonate ai quattro angoli della tavola: è il Castello svevo-normanno a Trani (coll. Stanziani - Venezia) . Il fondo oro non è che una debole presenza, un bordo o fascia che delimita il rettangolo dipinto. E’ però l’inizio di una nuova concezione dell’oggetto quadro, che d’ora innanzi si fonderà su alcuni princìpi nuovi e sostanziali della forma: in primo luogo la compresenza della luce assoluta (oro e pietre  cristalline) e di quella modulabile (fenomenica o relativa alla finzione pittorica): la prima indurrà scelte cromatiche particolari nella seconda. Altro principio fondamentale sarà la struttura del dipinto, dove il rapporto base/altezza non sarà più casuale o conseguente agli standard dei supporti di fabbricazione industriale, ma calcolato secondo precisi moduli in ordine anche ad esigenze di impaginazione al suo interno con altre geometrie (aree assegnate al testo pittorico e al fondo oro). In più, l’esigenza stilistica e strutturale di una culla o depressione di una grande porzione della superficie interna  e centrale del supporto: quest’ultimo dovrà essere necessariamente rigido, quindi non più in tela ma in legno, anche per dare maggiore stabilità alla compagine pittorica eseguita, costantemente, a tempera. Negli anni successivi questi princìpi si evolveranno, nell’incontrare tematiche sempre più rarefatte, e guadagneranno un rigore, anche stilistico, sempre maggiore. 

Intanto, sul piano delle uscite pubbliche, Viganò viene invitato ad una importante collettiva di pittura intitolata Paesaggio senza Territorio al Castello Estense di Mesola, con un’ampia presentazione in catalogo di Vittorio Sgarbi. Termina, in dicembre, la seconda cartella di quattro lito-serigrafie sulla Puglia dal titolo La Terra di Bari del ciclo Venezia Bisanzio il Mare l’Oro, affiancata da un testo di Giorgio Segato che viene presentata oralmente dallo stesso critico, l’anno seguente (1987), a Molfetta presso la Sala dei Templari, dove è stata allestita una vasta mostra di materiale grafico preparatorio e di dipinti attinenti anche al tema della precedente cartella del medesimo ciclo. La presentazione viene ripetuta per i giornalisti a bordo della nave Tiepolo in rotta da Venezia a Trieste, con il patrocinio della Presidenza della Società Adriatica di Navigazione.   

Sempre nel 1987 è invitato alla Prima Biennale Nazionale di Grafica A. Martini a Oderzo, mostra che viene trasferita all’Istituto di Cultura di Vienna. Un fatto rilevante di quest’anno è la commissione, da parte di Leopoldo Rizzi, di una pala con i Santi Leopoldo Mandich e Antonio da Padova, da collocarsi su di un altare nella Basilica dell’Abbazia Benedettina di Praglia. Date le sue dimensioni (cm 227 X 140) si rende necessario eseguire in loco questa tavola e quindi approntare un laboratorio all’interno dell’Abbazia. I lavori iniziano nel febbraio del 1987 e la pala verrà ultimata e collocata nell’alveo del secondo altare della navata sinistra della Basilica circa venti mesi dopo, nel settembre del 1988. In questo lavoro continuo e quasi biennale, facendo la spola quotidiana Padova-Praglia, avvengono gli incontri con le biblioteche e con le vaste agiografie dei due Santi protagonisti: con l’utopia di Mandich, con la doppia aspra spregiudicatezza del sapere di Antonio, i rimandi a teologie antiche, l’approfondimento delle intuizioni metafisiche della doppia luce, la consapevolezza  dell’elezione del compito, il lavoro paziente di tradurre ogni stimolo in concetto e il tutto in immagine attraverso un’ampia griglia di disegni, appunti scritti, minuziosi esami di colore ecc., tutto ciò dovrà informare la pittura seguente piegandone la maniera a criteri capaci di esprimere un mondo sempre meno soggetto alle mutazioni, al divenire fenomenico: sempre più, invece, coagulato intorno alle ipòstasi. In qualche piccolo dipinto (p. es. Palazzo Pisani Moretta, coll. Rinaldi), quasi timidamente, il profilo superiore del cielo comincia ad arcuarsi, diviene già quello di una cupola a prospetto ribassato: in seguito diverrà l’apice di maggiore intensità astrattiva e sede, insieme al mare, degli elementi figurali deputati ad estrinsecare contenuti di carattere metafisico. In settembre si inaugura una personale all’Istituto di Cultura S.Maria delle Grazie a Mestre in cui figurano opere recenti, soprattutto intrinseche all’ultima cartella di grafica, tanto da suggerire agli organizzatori l’idea di intitolarla Venezia Bisanzio il Mare l’Oro. L’anno dopo, nel 1989, si ripeterà nella medesima sede una retrospettiva dal titolo Sacro Religioso Profano presentata oralmente da Vittorio Sgarbi e da Giorgio Segato. La sala di S.Maria delle Grazie ospiterà, durante il periodo della mostra, alcuni convegni sui medesimi temi. Nonostante l’impegno dell’artista, degli organizzatori, dei critici e dei rari collezionisti e sostenitori non si avranno che debolissimi riscontri  in àmbiti più allargati. Daltronde, i tributi che Viganò continua a versare, in termini di tempo, alla pratica intrinseca della pittura e dello studio  contraggono sempre più la sua produzione vanificando gli sforzi che, soprattutto Sgarbi e Mita De Benedetti, continuano a fare per ottenergli l’opportunità di ordinare qualche mostra in centri più idonei alla divulgazione di quelli della provincia sinora saggiati : galleristi e mercanti non si vogliono impegnare ad esporre opere in grande misura  già di proprietà, quindi non negoziabili. Tra quell’anno e i successivi due, un amico e collezionista (Giovanni Abatangelo) gli commissiona i progetti per alcuni gioielli per sé e per altri amici, avendo constatato che nella grande quantità di disegni preparatorii che affollano i tavoli dello Studio di Viganò ve ne sono alcuni, e non pochi, eseguiti per studiare la forma di quei monili che già da tempo occupano i primi piani di molti suoi dipinti e che, solo quotandoli e indicandone i materiali costitutivi (oro di differenti qualità cromatiche, pietre e altro) potrebbero essere realizzati da un bravo orafo. La cosa fu decisa e alcuni preziosi furono eseguiti da un orafo e, altri, dallo stesso artista che già si era costruito delle parures di pennelli e di brunitoi con manici d’argento e d’oro con pietre preziose incastonate. Per Viganò è un ulteriore modo per manipolare in corpore, dunque per meglio penetrare quelle materie che andava da tempo mentalizzando come simboli della luce assoluta. Nel ’90 si inaugura una personale di grafica presso la Sala delle Colonne del Palazzo Municipale di Portogruaro con una perfetta presentazione in catalogo di Caterina Limentani Virdis. Nel ’91 ritorna al Castello Estense di Mesola con due opere nella collettiva Ritratto nella Pittura Italiana del ‘900. Tiene un breve seminario di tre lezioni su Tecniche Fondamentali e Tecnologie della Pittura Antica Medievale e Moderna in Europa presso il Dipartimento di Storia e Critica d’Arte della Facoltà di Lettere dell’Università di Venezia. Nel ’92 ordina, con la collaborazione di Sandra Varagnolo e dei critici Carla Chiara Frigo e Luca Baldin, una complessa mostra di dipinti e disegni (circa 80 opere) presso l’Ateneo S.Basso a Venezia. Il catalogo di circa 175 pagine, con prefazione di René Huyghe, è redatto da Carla Chiara Frigo, Lionello Puppi, Caterina Limentani Virdis, Luca Baldin e Sandra Varagnolo con un’antologia critica di S. Bettini, L. Puppi, V. Sgarbi, G. Segato, P. Rizzi, C. Limentani Virdis, G. Pellegrini e F. Diano. Vi sono pubblicate e schedate tutte le opere pittoriche eseguite dal 1980 al 1992 e più di centoquaranta disegni preparatòri. E’ edito dalla Corbo e Fiore Ed. - Sempre per la stessa Editrice, esce nei primi mesi di quest’anno ed è tra le opere esposte, la terza e ultima cartella di 6 lito-serigrafie dal titolo : La Grecia e Bisanzio del ciclo Venezia Bisanzio il Mare l’Oro con un’esemplare presentazione di Lionello Puppi. In questa mostra, per la prima volta, sono esposti anche alcuni singolari strumenti di lavoro di Viganò che, negli ultimi anni, non ha cessato di ampliare il corredo del suo studio padovano con brunitoi, macinelli, mestolini, spatole, pennelli, penne ecc. da lui stesso fabbricati elaborati o composti con materiali affini a quelli di cui sono costituiti i suoi quadri, e cioè : con pietre dure o preziose, argento, oro, avorio, osso, ebano, platino ecc. E, in mezzo a questa strana attrezzatura, brillano alcuni gioielli che aveva fatto per i suoi amici tra gli anni ’89 e ’91. V’è esposta anche, tra le altre tavole,  una icona da mare (termine che d’ora innanzi si usa frequentemente per quasi tutti i quadri di Viganò): la d’Oro (coll. De Mezzo), dipinta sopra una lamina sbalzata in oro puro di 726 grammi. La mostra avrà un certo richiamo e un’eco notevole sulla stampa locale : “ (...) Qui in piazza San Marco, a pochi metri dai mosaici bizantini, la mostra di Galeazzo Viganò diventa uno shoc. Mi si para dinnanzi come una scheggia incandescente, mi fa stravedere....E’ una mostra incredibile. Fuori da ogni tendenza, da ogni moda: quindi nuova. (...)”. Così, tra l’altro, Paolo Rizzi scrive su “Il Gazzettino” del 20 giugno di quell’anno: è uno dei suoi articoli più belli ed entusiastici. Ma, come sempre, non ci saranno grandi sviluppi. Mancherà, insomma, un dopo-mostra. Si acuirà invece la nota generale crisi. Forse si ottiene che l’attenzione collettiva si orienti più opportunamente verso altri mercati. Sempre di più, sembra, verso qualsiasi tipo di prodotto industriale. Si fa sempre più insistente il fenomeno di gallerie d’arte costrette a chiudere l’attività. Questo clima difficile pare che non influisca del tutto negativamente sul lavoro di Viganò : anzi, escludendo sempre di più l’artista da occasioni presenzialiste, fa sì che si concentri meglio su alcuni motivi della sua ricerca: già da tempo, come si è già accennato, Viganò opera sopra tavole pre-strutturate, modellate in funzione dei contenuti pittorici che ospiteranno. Delinea, con sempre maggiore insistenza, una sagoma (in seguito verrà definita spettro) affiorante dall’oro (o immersa in esso) dentro la quale situa l’insieme delle immagini dipinte. Questo spettro è generato dalle proiezioni dell’alzato o della pianta di un tempio cristiano o protobizantino. La zona in alto corrisponde al profilo ribassato della cupola o dell’abside e contiene il cielo. La zona inferiore, quadrangolare, è divisa a sua volta orizzontalmente in due quadrilateri irregolari di cui, in quello superiore (navata) abitano i fedeli e contiene il mare. La sezione bassa (nartece) ospita solo i catecumeni (essenze sublunari) e contiene la terra. Tale struttura assume, nei termini della cosmogonia quaternaria dei pensatori presocratici, i significati di Terra (sezione inferiore), Acqua (sezione superiore), Aria (cupola), Fuoco (oro, tutto intorno, e pietre cristalline). Ma anche, più velatamente, quelli del pensiero dello Pseudo-Dionigi nella gerarchia luminosa estesa dal fulgore anagogico dell’oro all’opacità della terra. Sopra queste superfici informate, all’evidenza, dai più vari impulsi di origine metafisica ed eretica, Viganò continua a costruire la sua pittura impura e capziosa.  Impura perchè lo spunto proviene inderogabilmente dal mondo fenomenico, attraversato dall’infinità delle sue incidenze, del suo divenire. Capziosa perché la  realtà creata appartiene, in diversi gradi, al mondo delle ipostasi: perciò è ingannevole. Lo spazio non è suggerito dalle regole della prospettiva convenzionale, ma Viganò si avvale di queste per dare ad ogni immagine una prospettiva che contraddica quella delle altre immagini: in sostanza annulla la terza dimensione, annulla lo spazio. Ricostruisce dei monumenti collocandoli nello stesso ambiente di altri che non esistevano nella contemporaneità dei primi : concerta cioè degli anacronismi volti ad azzerare la Storia, ad annullare la dimensione Tempo. E se non impiega questi mezzi, è quando colloca le immagini della sua pittura in un futuro remotissimo, fuori dal tempo percepibile, caricandole dei segni dell’infinito tempo trascorso, mineralizzandole, togliendo loro ogni traccia di vita organica. L’intento è di individuare dei frammenti di un universo che abbia raggiunto la stabilità, l’immutabilità dei cristalli. Insomma un mondo affine a quello neo-aristotelico delle Idee o delle Ipostasi. Dentro a tale griglia mentale trova sempre minor spazio la figura umana: le ultime opere rubricabili in questa categoria straziata d’affanno, preda d’una eterna mobilità convulsa, disperata, sono due ritratti: quello di Nicolò Luxardo (1988) e quello di Elio Peruzzi (1991), oltre ai due macerati santacchioni della pala di Praglia. Il 1993 vede il compimento di un dipinto (Piazza San Marco, coll. R. Gambato) iniziato nel ’90, dove si ribadiscono ossessivamente i già citati concetti apofatici di non-tempo e non-spazio, attraversati da un forte simbolismo di significato giudiziale e dalla magia. Verrà esposto, tra gli altri, insieme a tre dipinti dello stesso soggetto eseguiti, uno nel 1984 e gli altri due nel 1991 in una mostra promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bassano del Grappa, ospitata nella Chiesetta dell’Angelo e presentata oralmente da Luca Baldin, Flavia Casagranda e Carla Chiara Frigo. Molto bene allestita, in un sito elegante e in una cittadina solitamente attenta, la mostra sarà molto visitata : gli addetti alla guardianìa sostengono: da più di duemila persone. L’anno successivo, il 1994, Carla Chiara Frigo gli organizza, per conto della  Municipalità di Carmignano di Brenta, una personale a Villa Corniani, presentata oralmente da Paolo Rizzi e da Luca Baldin. Quest’ultimo firma un ottimo articolo, nella rivista  Padova e il suo Territorio, intorno al lavoro grafico di Viganò col titolo  L’Istantaneità della Storia nell’Arte di Galeazzo Viganò. Nel marzo 1995 espone opere su carta e dipinti al British Council  nell’àmbito della presentazione di due volumi curati da Romana Rutelli; nell’occasione Cesare Segre propone ad un pubblico attento e competente, alcune importanti riflessioni sulla pittura di Viganò. Nella medesima esposizione Mita De Benedetti acquista un dipinto singolare iniziato l’anno prima: S. Giovanni in Bragora a Venezia; è il primo dipinto dove Viganò enuclea le componenti dello spettro spostandole, separatamente e in dimensione libera, dentro al fondo oro e le carica di ulteriori significati ipostatici incassandovi lamine d’oro puro e pietre preziose. Invitato da Cesare Segre, fa una breve apparizione il critico Gillo Dorfles ma non presterà nessuna attenzione ai dipinti esposti. Alla fine dell’estate, durante l’ennesimo viaggio e soggiorno in barca a vela a Torcello, raggruppa un folto dossier di disegni, appunti e note scritte sul luogo e sulla rotta di ritorno a Venezia che utilizzerà, rientrato a Padova nel tardo autunno, per il primo impianto di un complesso dipinto su tavola (cm 144 X 76,5) che si intitolerà Passaggio a Venezia. Nel dicembre del ’95 partecipa al Concorso per l’arredo del nuovo Tribunale di Padova col progetto comprendente un Polittico composto di otto tavole sul tema della Creazione e del Giudizio, e una scultura in bronzo, sempre sul tema della Creazione; vincerà in una seconda sezione, del medesimo Concorso, indetta per l’acquisto di Opere Mobili a cui aveva partecipato con lavori su carta. L’anno dopo (1996) ripete una personale al British Council con opere su carta. Entrambe le mostre avranno  un discreto successo prevalentem. commerciale. Dello stesso anno è la sua ammissione a socio dell’Accademia Patavina (poi Galileiana) di Scienze Lettere ed Arti in Padova.  Sempre del ’96 è la personale al Centro d’Arte Grigoletti con la presentazione in catalogo di Terisio Pignatti e la partecipazione ad alcune collettive a Padova e a Piazzola sul Brenta. Dedica il 1996 e 1997 al lavoro intorno a Passaggio a Venezia, a un dipinto collaterale (Piccolo Passaggio a Venezia) e ad un’altra tavola, commissionata da Leopoldo Rizzi, già nel lontano1988, sul tema della Filoxenìa o Ospitalità di Abramo. Quest’opera, negli anni, aveva subito trasformazioni radicali, anche nelle sue maggiorate dimensioni, per via di continui aggiornamenti sulla base delle sempre nuove esperienze che vi dovevano trovar sede a applicazione. Accompagnerà l’impegno pittorico diretto sopra queste tavole, una fitta ricerca attraverso bozzetti a tempera, studi preparatòri e disegni vari che costituiranno quasi tutto l’insieme delle opere esposte nelle due personali di questo periodo: la prima, ordinata tra il dicembre ’97 e il gennaio ’98 presso la galleria Linea 70 di Verona e la seconda, nel marzo ’98 dall’Assessorato alla Cultura della città di Marostica, nella Sala Mostre del Castello Inferiore. Dal 20 aprile al 2 maggio del ’98 esegue per l’Accademia Galileiana una piccola incisione intitolata Il Sapere che accompagnerà con una nota esplicativa intorno alla semantica della sua struttura e alla sua simbologia. Questa breve relazione sarà pubblicata, qualche mese dopo, nei Saggi dell’Accademia. Ed è ancora il 1998 l’anno in cui termina sia il meditatissimo Passaggio a Venezia, sia la tavola difficile dell’Ospitalità di Abramo iniziata più di dieci anni prima. L’esecuzione di queste due opere fu lunga, problematica e nodosa e Viganò volle stilarne personalmente due dettagliate relazioni: quella sulla Ospitalità di Abramo sarà letta e commentata, con proiezioni di diapositive, dall’autore stesso nell’adunanza del 19 gennaio 2002 all’Accademia Galileiana, a cui farà riscontro, il 16 marzo dello stesso anno, la presentazione nella medesima sede di una eccellente Memoria di Giovanni Lorenzoni dal titolo A proposito della memoria di Galeazzo Viganò sulla “Ospitalità di Abramo”: immagine e parola. Tornando al 2001, va segnalata la partecipazione, su invito, alla Mostra Internazionale di Grafica presso il Palazzo Pretorio a Cittadella e, con diciotto dipinti, ad una importante rassegna a Palazzo Pardi a Colonnella intitolata Carlo Levi e la Scuola di Alassio con, in catalogo, un testo puntuale di Duccio Trombadori. Alla mostra partecipano anche Felice Andreasi, Giovanni Gromo e Carlo Cattaneo. Nel 2002 è invitato e partecipa alla grande mostra allestita presso il Palazzo Gotico a Piacenza intitolata Surrealismo Padano – da De Chirico a Foppiani. La stessa mostra, con alcuni ritocchi, verrà poi trasferita a Trieste presso il Museo Revoltella sotto il nuovo titolo Pittura fantastica in Italia – da De Chirico a Léonor Fini. Entrambe le mostre sono curate e presentate da Vittorio Sgarbi. Sempre nel 2002, in gennaio, riceve da Pietro Centanini la commissione per un dipinto su tavola marouflée di notevole impegno e di dimensioni non consuete (cm 118.2 x 88.7): si tratta del Doppio ritratto di Pietro ed Enrichetta Centanini. Il quadro verrà firmato e licenziato il 30 giugno dello stesso anno. Sempre nel 2002 dà inizio a un dipinto singolare: Estro sopra la parola veleno o Babilonia (coll. D. Ottonello) che porterà a compimento nel 2003 assieme a Il Groviglio (coll. P. M. De mezzo), già iniziato nel 2000: le date d’inizio e fine di queste e di altre tavole fanno fede dell’impegno pluriennale che Viganò non manca di dedicare alle sue opere quando lo richiedano  temi insoliti e complesse soluzioni. In novembre, le conseguenze d’un incidente al braccio destro lo terranno lontano dalla pittura per più di sessanta giorni ma troverà modo di stilare la postfazione ad una nuova edizione di buon successo del Libro dell’Arte della Pittura di Cennino Cennini, curato da Antonio Torresi, che uscirà nel febbraio dell’anno successivo. Nel 2004 licenzia una Susanna abbozzata nel 1979, ripresa nel 1981 e finalmente conclusa, appunto, nel 2004, anno che vede la nascita e il compimento di due dipinti importanti: Gerico 1 e Gerico 2 entrambi iniziati nel gennaio del medesimo anno. In dicembre scrive un breve saggio sull’opera del pittore Noelqui (Noel Quintavalle) in occasione di una mostra antologica alla Chiesa Anglicana di Alassio. Nel febbraio del 2005, al Centro Culturale La Medusa di Este, ordina una personale costituita da tre dipinti poco prima citati (Doppio ritratto Centanini, Gerico 1 e Gerico 2) e da una parte scelta dei numerosi disegni preparatòri relativi alle tre opere medesime. Nei primi giorni di marzo Andrea Giuliani discute la tesi dal titolo Galeazzo Viganò / L’alchimia della luce all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Nel 2006 esegue un’acquaforte con cui partecipa alla mostra mantovana Venticinque incisori per Mantegna e dà inizio a un dipinto di dimensioni non superiori alla media, ma di notevole impegno: Evento2, dove, affronterà varie tematiche fra cui, in accordo col committente Renato Saviane, quella della ‘casualità’.

L’esecuzione di quest’ultimo lavoro e quella di una serie di gioielli coniati in oro puro occuperanno l’intero anno 2007.

Il Comune di Padova nel 2008 organizza tre importanti mostre personali in contemporanea dal titolo Luci e Silenzi: a Palazzo Zuckermann, alla civica Galleria Cavour e alla Galleria d’arte Pietra d’Angolo. Le tre  mostre sono state curate da Caterina Limentani Virdis con cataloghi corredati da testi critici di S.Varagnolo, G.  Ceronetti, C. Levi, S. Bettini, L. Puppi, G. Segato, V. Sgarbi, L. Baldin, P. L. Fantelli, P. Rizzi, C. C. Frigo, R. Reali, G. Viganò, S. Varagnolo, T. Pignatti, R. Rutelli, C. Segre, D. Trombadori e con le presentazioni  di C. Limentani Virdis, F. Zanonato, M. Balbinot, A. De Lucia e M. Cisotto Nalon. Rilevante è la partecipazione alla collettiva di incisori italiani al Palazzo della Frumentaria a Sassari curata da Caterina Limentani Virdis. Nel 2009 è invitato alla 6^ Biennale Internazionale della Grafica a Novosibirsk e porta a compimento un importante dipinto: Passaggio ad Atene commissionato da R. Saviane nel 2008.

In giugno 2011 dà inizio ad un altro ritratto di famiglia (di Luigi Limentani), dipinto che ha comportato un singolare lavoro di concentrazione e applicazione, e che troverà conclusione nei primi giorni del 2012,. Entrambe queste opere saranno presenti alla mostra a Palazzo Zuckermann: Galeazzo Viganò – Ritratti, 1956/2012, organizzata dal Comune di Padova e curata da Caterina Limentani Virdis, Carla Chiara Frigo e Sandra Varagnolo.

    A cavallo tra dicembre 2011 e marzo 2012 sono in esposizione tre opere di Viganò (coll. Mariga-Frigo) alla 54^ Biennale d’Arte di Venezia, nella sezione torinese presso la Sala Nervi del Palazzo delle Esposizioni.

Il 15 luglio 2012 si è inaugurata a Tokyo una mostra di opere su carta: tale mostra si tiene ogni anno nell’ambito del Jomon  Museum Funabashi e il Comitao Direttivo si riserva la selezione di un ristretto gruppo di artisti appartenenti ad una nazione scelta tra le più importanti nel campo dell’Arte (Francia, Germania, Inghilterra, USA, Canada ecc. Quest’anno è toccato all’Italia. Lo spazio espositivo è costituito da alcune sale del Museo destinate esclusivamente a tali eventi. La cura della mostra è affidata ad un esperto d’Arte Contemporanea. A Viganò e ad altri quattro artisti italiani, è stata allestita una mostra esemplare sotto la guida di Sakai Seiichi.