BREVI  NOTE  BIOGRAFICHE  E  CRITICHE

 

   Galeazzo Viganò è nato a Padova nel 1937. Ha, sin da ragazzo, praticato la pittura e, più tardi, l’incisione, raramente la scultura. Disegna molto. Il suo non grande laboratorio è bene organizzato, provveduto di materiali scelti e fini strumenti, funzionali al suo lavoro meticoloso. Produce poche opere, prive di spontaneità: fondate soprattutto su una continua riflessione, per via di simboli e metafore, intorno a ciò che non muta, intorno alle idee, alle ipostasi, all’innaturale, all’improbabile, all’antistorico, con scarsa e quasi casuale attenzione al mondo fisico, alla realtà fenomenica. Anacronismi, diacronicità, compiacimento per parabole ed emblemi di antiche cosmogonie, ricognizioni sul concetto metafisico della luce intesa ed elaborata nella finzione pittorica come conseguenza del concomitare della luce assoluta del fondo oro, tutto questo genera immagini di un mondo opalizzato, dove non è promessa di vita organica, franco dalle leggi del divenire. Frequenta il mare, con conseguenze tematiche evidenti.

   Viganò ha esposto poco e prevalentemente in àmbito provinciale. Lavora a cottimo secondo le tariffe minime stabilite dall’Unione Artigiani. Anche se lo desidererebbe, nessuna opera figura a tutt’oggi in qualche collezione pubblica o museo d’Arte contemporanea. Non è mai stato invitato ad alcuna importante rassegna come Biennali di Venezia, Quadriennali di Roma o altro. A tutt’oggi, dopo  quarantacinque anni di attività in Padova, un’unica volta un Assessore alla Cultura della locale Municipalità e un Sindaco hanno visitato il suo studio; mai alcuna delle sue rare mostre. Nel ’96 è stato associato alla ‘Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti in Padova’. Nel 2001 partecipa, con diciotto dipinti, ad una importante rassegna a Palazzo Pardi di Colonnella (Teramo) intitolata Carlo Levi e la Scuola di Alassio con, in catalogo, un testo puntuale di Duccio Trombadori. Nel 2002 è invitato e partecipa alla grande mostra allestita presso il Palazzo Gotico a Piacenza intitolata Surrealismo Padano – da De Chirico a Foppiani. La stessa mostra, con alcuni ritocchi, verrà poi trasferita a Trieste presso il Museo Revoltella sotto il nuovo titolo Pittura fantastica in Italia – da De Chirico a Léonor Fini. Entrambe le mostre sono curate e presentate da Vittorio Sgarbi. Nel febbraio del 2005, al Centro Culturale La Medusa di Este, ordina una personale costituita da tre dipinti: Doppio ritratto Centanini (del 2002), Gerico 1 e Gerico 2 (entrambi del 2004) e da una parte scelta dei numerosi disegni preparatòri relativi ai tre quadri medesimi. Nei primi giorni di marzo Andrea Giuliani discute la tesi dal titolo Galeazzo Viganò / L’alchimia della luce all’Accademia di Belle Arti di Roma.

 

  Sergio Bettini scriveva nel 1972: ‘(...) Si potrà dire che (...) Viganò raggiunge quegli scarti che per Viktor Skhlowsky notoriamente ‘connotano il valore poetico’. E, per terminare in quest’ordine di lettura attuale potremmo dire, con Dufour, che se ogni segno (in questo caso pittorico) comporta necessariamente una referenza ed una struttura, in ogni segno iconico l’evidenza del referente, tende ad occultare la presenza della struttura: l’immagine si abolisce come segno per meglio offrirsi come simulacro. Così si richiude il ciclo dell’illusione: nel momento in cui l’effetto di realtà sembra assicurare il trionfo dell’immagine, fare dell’icona uno spettacolo, paradossalmente esso la restituisce alla sua fragile irrealtà”. E ancora Bettini nel 1977: ‘(...) Può sembrare ovvio e quindi inutile aggiungere che Viganò non è un seguace della poetica della ‘mimesis’, vale a dire non ha per oggetto l’imitazione della natura (termine d’altronde estremamente ambiguo) nemmeno in quei brani dove la visualità degli ‘oggetti’ sembra accuratamente, quasi puntigliosamente messa a fuoco: semmai è da notare anche in queste sue incisioni la grande capacità di mantenersi in un equilibrio tale, che non ci consente di aggregarlo alla schiera dei surrealisti (...)’. - Quindi Lionello Puppi nel ’92: “(...) Pretesto e occasione che Viganò ci affida, son i luoghi del viaggio, privilegiati, e della rivelazione, che Bisanzio congiungono a Venezia declinando coaguli di luce ipostatica. Rupi di diaspro, marmi spezzati di colonne e frontoni di templi, rubini imprigionati da sabbie calcaree, rami secchi e cartigli contorti, cupole d’oro: e sempre, tremori raggelati di mari di giada e cieli pietrificati che incastonano nubi di gesso (...).’ -                                    E ancora Lionello Puppi sempre nel 1992: ‘(...) Luce formante, metafisica: in quanto, sola, capace di tragittare, attraversando e dissolvendo le brume degli accidenti e degli incidenti della storia, alla rappresentazione limpida e splendida dell’universo ipostatico.’- E Vittorio Sgarbi nel 1988:  ‘(...) Resta il fatto che tutte queste città sono abbandonate, non si vedono uomini in alcun luogo,    si intuiscono nelle case. Viganò ha voluto riprodurre monumenti fuori dal tempo, simboli di una civiltà perduta che respira nelle pietre.’ - Anche Giorgio  Segato nel 1988: ‘(...)  L’approccio, ancora una volta, è quello del disegnatore di “portolani” che, una volta abbracciata l’identità architettonica, monumentale, religiosa e storica dei luoghi, li riporta sul foglio in modo che risultino riconoscibili dalla parte del mare, aggiustando le posizioni,  facendo ruotare le facciate, sviluppando la veduta in una verticalità di progressione prospettica  che consente di vedere edifici, larghi, piazze, giardini, anche nei piani più lontani.’ - Poi Caterina Limentani Virdis nel 1990: ‘(...) E’ in questo spazio, pausa del sentimento o pausa del racconto, che Viganò inserisce le molte e spesso contrastanti chiavi di lettura delle sue composizioni: mari cristallini di una memoria turbata, distese di sterpi o di spini del rancore, del rimpianto. Si tratta talora semplicemente di oggetti d’uso o di gioielli, di stele con scritte arcaiche o arcane, talvolta  di  vere  e  proprie  scene agitate, furenti.’ - E René Huyghe nel  1992: ‘(...) Viganò sa rendere tutte le variazioni cromatiche del reale e le sue illuminazioni, ma riserva sempre un apporto di colore puro, di colore gioiello che culmina talora nell’inserzione di qualche piccola zona d’oro puro  nell’intrinsecità  del  testo  pittorico come eco dell’oro eterno che l’avvolge.’ -  Due anni dopo, Carla Chiara Frigo nel 1994: (...) La sua pittura si concentra su alcuni soggetti particolarmente evocativi sui quali costruisce una ricca trama di rapporti e relazioni simboliche: il mare, elemento di trapasso, di unione, o la terra, elemento ctonio, ancora impuro, o il cielo, elemento volatile dell’astrazione trascendente.’ - Inoltre, Cesare Segre nel 1995:(...) Il paesaggio stesso mi pare che sia visto come balzando sopra il tempo: questo balzo, lo sintetizzerei nel fatto che spesso, nella pittura di Viganò, c’è una intersezione di prospettive: il mare è visto dall’alto, mentre  le   immagini della costa , simultaneamente  dall’alto e dal basso come pensate e registrate da un punto di stazione non stabile: il ponte d’una imbarcazione ? Questo ribaltamento mi pare che dia un fortissimo effetto di vertigine cosmica.’ - E Paolo Rizzi nel 1996: ‘(...) Velature finissime; trasparenze che ci rivelano il fondo delle cose; minuscoli tesori che riaffiorano dalla terra. Ci colpisce quel contrasto tra la luce ferma e immutabile dell’oro e la luce fenomenica della formazione del mondo: materia e spirito, rappresentazione e allusione.’ - In fine Terisio Pignatti nel 1996: ‘(...) Il mare, dunque, divenuto il contenitore fantastico che lambisce le sabbie bianche di un lido solitario: il mare ricolmo di storia, in cui si indovinano le madreperle lucenti, la preziosità accarezzata di misteriosi gioielli. Così si compie la serie delle oreficerie favolose che accompagnano le sue ultime pitture (...). Tanta è dunque la ricchezza appoggiata alla fantasia, che le sue pitture mi suggeriscono: brani conchiusi come antiche pergamene. Eppure, nel medesimo tempo, mi appaiono come aperture mentali sul mare abbacinato di luce quasi metafisica, innaturale, attimo che illumina un infinito che la sua tavolozza ha finalmente saputo fermare, sul filo infallibile della vera poesia restituisce alla sua fragile  realtà.

Il Comune di Padova nel 2008 organizza tre importanti mostre personali in contemporanea a Palazzo Zuckermann, alla civica Galleria Cavour e alla Galleria d’arte Pietra d’Angolo. Rilevante è la partecipazione alla collettiva di incisori italiani al Palazzo della Frumentaria a Sassari curata da Caterina Limentani Virdis. Nel 2009 è invitato alla 6^ Biennale Internazionale della Grafica a Novosibirsk.